Ivonne BEGOTTI : Nella Sua carriera, Lei ha messo in scena Nabucco più volte e in modi molto diversi: come è giunto alla versione attuale?
Pier Luigi PIZZI : La prima volta al Maggio Musicale Fiorentino nel 1977; ero responsabile della parte visiva dello spettacolo. Regista era Luca Ronconi, con cui lavoravo frequentemente in quegli anni in perfetta sintonia. Sul podio c’era Riccardo Muti. Il risultato fu di forte impatto, monumentale, molto intenso musicalmente, ricco di segnali sul piano registico, visivamente sorprendente. Quando, anni dopo, mi ritrovai a mettere in scena Nabucco come regista, avevo maturato altre riflessioni sull’opera, nella direzione di una mia maturità, che rinunciava ad un eccesso di spettacolarizzazione a vantaggio di una lettura più densa di valori morali.
L’attuale versione del Festival Verdi a Parma porta avanti per sottrazione questo processo di sintesi, che ha per obiettivo principale l’emozione.
I.B. : Un tratto distintivo di questa produzione mi pare l’essenzialità, che corrisponde ad una speciale chiarezza espositiva. Avvicinare al mondo dell’opera i giovani è un suo obiettivo?
P.L.P. : Indubbiamente, puntare con assoluta fiducia sui valori espressivi della musica e sulla comprensione del testo aiuta chi si accosta all’opera per la prima volta a capirne il senso e a lasciarsi coinvolgere e sedurre.
I.B. : Un trono in legno, una corona dorata contesa, un idolo in frantumi: sono simboli teatralmente efficaci o sono anche didatticamente significativi?
P.L.P. : I pochi elementi di attrezzeria sono funzionali all’azione, ma anche significativi sul piano narrativo.
I.B. : La contrapposizione tra il nero-bianco dei costumi degli Ebrei e il rosso dei Babilonesi rende evidente il contrasto tra i due popoli: l’uso del viola per un abito di Nabucco e per i guanti di Abigaille è una scelta estetica o dettata da altre ragioni?
P.L.P. : L’uso rigoroso dei colori serve semplicemente a definire l’appartenenza ad un preciso partito, distinguendolo dall’altro. In particolare, il viola della tunica che indossa Nabucco ha valore simbolico, in quanto significa penitenza.
I.B. : Molto originale appare il personaggio di Abigaille, interpretato da Lidia Freedman: un’artista-musa per Lei?
P.L.P. : Considero Lidia, con orgoglio, una mia creatura, scoperta per un segno del destino a Martina Franca, quando sostituì coraggiosamente la protagonista Carmela Remigio indisposta nell’Ecuba di Manfroce. Ne apprezzai subito il talento. Poi ci furono altri incontri fortunati: Lady Macbeth, i personaggi femminili pucciniani in Edgar e Le Willis, Anna Bolena e le eroine verdiane Giselda, Lina e ora Abigaille, per la quale Lidia mi ha felicemente ispirato.
I.B. : Settant’anni di carriera teatrale sono un evento eccezionale, ma altrettanto singolare è la lunga collaborazione con Massimo: come s’è evoluto il vostro rapporto al di là dei ruoli di padre-figlio, maestro-allievo?
P.L.P. : Una collaborazione professionale e un rapporto familiare portati avanti nel reciproco rispetto e nella fiducia, tra intese e contrasti, ma sempre in modo costruttivo, in crescita.
I.B. : Assistendo ai Suoi spettacoli, si direbbe che la passione teatrale sia in costante equilibrio con il rigore formale: nel suo fare teatro prevale la libertà creativa o l’autodisciplina?
P.L.P. : Spazio totale a tutte e due.
I.B. : Per parecchi anni Lei s’è dedicato a Rossini e ha animato il festival di Pesaro. Tra Verdi e Rossini con chi si sente più in sintonia? Con chi ha un dialogo più intenso?
P.L.P. : Immensi tutti e due! Ma mentre mettevo in scena Nabucco mi chiedevo come sarebbe stata quest’opera se non ci fosse stato Rossini.
I.B. : Quale altra opera verdiana desidererebbe rappresentare?
P.L.P. : Ne ho fatte 24 su 27. Alzira no, Giovanna d’Arco forse. Oberto, Conte di San Bonifacio.
Reggio Emilia, 14 ottobre 2026

