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Un Idomeneo ambizioso ma perfettibile a Genova

par Marie Gaboriaud 19 février 2024
par Marie Gaboriaud 19 février 2024

© Marcello Orselli / Teatro Carlo Felice

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Genova, Teatro Carlo Felice – Idomeneo – 16 febbraio 2024

Questa produzione di Idomeneo, diretta da Matthias Hartmann, va in scena per la prima volta a Genova, dopo essere stata allestita alla Scala di Milano. Per questa produzione, il Teatro dell’Opera Carlo Felice ha fatto scelte ambiziose e ha corso dei rischi che vanno applauditi, soprattutto perché hanno dato i loro frutti: un allestimento non convenzionale e potenzialmente divisivo e, soprattutto, una scommessa sui giovani. Tre dei quattro ruoli principali sono interpretati da cantanti trentenni, tutti esordienti, e l’orchestra è guidata dal suo petulante direttore quarantenne, Riccardo Minasi, che subentra dopo una lunga serie di esibizioni di direttori ospiti.

La giovinezza degli interpreti compensa una produzione ambiziosa e visivamente efficace, ma che soffre di una scarsa attenzione ai dettagli. La scenografia è costituita da elementi imponenti che occupano l’intero palcoscenico, raffiguranti un cimitero marino, le rovine simboliche di Creta: la carcassa di un’imbarcazione, un’enorme testa di toro, che evoca ovviamente il Minotauro e riecheggia le complesse relazioni – familiari, sociali, sentimentali – in gioco nell’opera seria di Mozart, e, a completare la scenografia, grandi conchiglie. Sullo sfondo gigantesco di questa scenografia rotante, dal forte impatto visivo, i personaggi ricordano la loro piccolezza e la loro fragile umanità. Ma si evolvono anche in uno spazio ristretto, che limita le possibilità di movimento e quindi le possibilità di rendere dinamico lo spettacolo, con la sua alternanza tra recitativi e arie. Privi di profondità scenica e, a volte, di una solida regia, gli interpreti faticano a volte a fornire una performance convincente. Ma dove la messa in scena fallisce davvero, a nostro avviso, è nella scarsa attenzione ai dettagli: i costumi, eterogenei e indefiniti, sono a volte francamente di cattivo gusto, come quelli di Idamante ed Elettra, o le inconcepibili parrucche ricce indossate da alcune coriste; i gesti sono stereotipati, soprattutto quelli delle donne (Ilia che spoglia di una rosa, Elettra che si accarezza con il mantello di Idamante); infine, gli intermezzi di danza neoclassica non aggiungono nulla alla pièce, disperdono l’attenzione e, come i costumi e i movimenti, lasciano una spiacevole impressione di vaghezza o di dilettantismo che non corrisponde all’alta qualità complessiva dello spettacolo. D’altra parte, nonostante qualche body painting di dubbio gusto, è da lodare il gruppo di danzatori che riempie e anima il palcoscenico per tutta la durata dello spettacolo, dando forma plastica alle ansie represse dei personaggi, talvolta raffigurando diavoli, fauni o le onde assassine di Nettuno.

Nella fossa d’orchestra, il Maestro Minasi si trova su un terreno familiare con Mozart e infonde alla partitura un grande dinamismo, riuscendo a creare un tessuto orchestrale vivace, brillante, fluido, ricco di sfumature forti e respiri profondi. Non esita a prendersi dei rischi – è per questi che si va all’opera! – e purtroppo non riesce a evitare alcune lievi discrepanze tra palcoscenico e buca, in particolare nelle arie, che senza dubbio saranno corrette nelle successive esecuzioni. Da lodare le grandi qualità dell’orchestra, in particolare i fiati (guidati dal flauto e dall’oboe), che sono superbi nel secondo atto, soprattutto durante i cori come « Se il padre perdei ».

In scena Cecilia Molinari e Benedetta Torre, che avevano già cantato insieme in Béatrice et Benedict di Berlioz per aprire la stagione genovese nel 2022. Anche in questo caso, l’alleanza tra i toni scuri della voce del mezzo Cecilia Molinari e quelli più chiari del soprano Benedetta Torre funziona alla perfezione. Ancora una volta, possiamo ammirare le qualità individuali di ognuna di loro: C. Molinari si distingue per una voce molto agile, ad esempio ne « Il padre adorato »; B. Torre, al di là delle sue capacità tecniche, ha mostrato una grande espressività e uno stile naturale e ricco di sfumature, in particolare in « Padre, germani, addio » e « Fior sinceri ». Il giovane tenore Antonio Poli nel ruolo del titolo è stato una bellissima sorpresa: una voce coloratissima, piena e calda, unita a qualità teatrali, grande volume e apparente facilità nei passaggi più difficili, ha conquistato il pubblico genovese, che ha applaudito con calore il suo « Fuor del mare », e a ragione! A completare il quartetto è stata l’Elettra di Lenneke Ruiten, con il suo timbro potente e un’interpretazione impressionante nella scena finale, pienamente abitata dalla follia del suo personaggio. Le scene d’insieme – duetti, trii e quartetti – sono particolarmente riuscite e commoventi. Infine, dobbiamo rendere omaggio al coro, i cui numerosi numeri sono all’altezza di questa ambiziosa produzione.

Per leggere questo articolo in francese, cliccare sulla bandiera.

Gli artisti

Idomeneo : Antonio Poli
Idamante : Cecilia Molinari
Ilia : Benedetta Torre
Elettra : Lenneke Ruiten
Arbace : Giorgio Misseri
Gran Sacerdote : Blagoj Nacoski
Voce di Nettuno : Ugo Guagliardo
Due cretesi : Lucia Nicotra, Maria Letizia Poltini
Due troiani : Damiano Profumo, Franco Rios Castro

Orchestra, coro e tecnici dell’Opera Carlo Felice
Maestro del coro Claudio Marino Moretti
Violoncello Antonio Fantinuoli
Clavicembalo Sirio Restani
Maestro concertatore e direttore d’orchestra : Riccardo Minasi

Balletto Fondazione Formazione Danza e Spettacolo “For Dance” ETS

Regia
Matthias Hartmann
Scene
Volker Hintermeier
Costumi
Malte Lübben
Coreografie
Reginaldo Oliveira
Luci
Mathias Märker / Valerio Tiberi

Il programma

Idomeneo

Dramma per musica in tre atti di Wolfgang Amadeus Mozart, su libretto di Gianbattista Varesco

Genova, Opera Carlo Felice, 16 febbraio 2024

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Benedetta TorreAntonio PoliRiccardo MinasiMatthias HartmannLenneke RuitenCecilia Molinari
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Marie Gaboriaud

Marie Gaboriaud est enseignante-chercheuse en littérature française à l'Université de Gênes. Elle est spécialiste des liens entre musique et littérature, et des phénomènes de canonisation des figures de musiciens. Elle a notamment publié "Une vie de gloire et de souffrance. Le Mythe de Beethoven sous la Troisième République" (2017), qui a été finaliste du Prix France Musique des Muses en 2018.

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