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Acqua agli assetati! Tristan und Isolde a Genova

par Marie Gaboriaud 14 février 2026
par Marie Gaboriaud 14 février 2026

© Marinela Imbrescia

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© Marcello Orselli

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Tristan und Isolde, Genova, 13 febbraio 2026

Finalmente! Dopo anni di astinenza forzata, il pubblico genovese può vedere e ascoltare Wagner in casa propria. Salvo errore, l’ultima occasione risaliva al 2010. Negli ultimi trent’anni, il sito Operabase ricorda soltanto quattro produzioni wagneriane in forma scenica a Genova, prima di questa: due Tristan (1998 e 2010), Lohengrin (1999) e Parsifal (2004). Nel frattempo, va riconosciuto che le stagioni sinfoniche hanno compensato, abbeverando gli assetati germanofili. Si può comunque parlare di un evento, in un contesto provinciale dove, logicamente, domina largamente l’opera italiana, con le pratiche che le sono proprie: applausi sistematici dopo le arie e mondanità in sala.

Si misura ancor meglio, in questo contesto, quanto l’opera wagneriana sia stata una piccola rivoluzione in piena epoca rossiniana: ancora oggi, trascorrere cinque ore al Teatro Carlo Felice immersi nella musica, senza interruzioni (salvo le necessarie pause di ristoro), crea un’atmosfera inconsueta e impone una qualità d’attenzione elevatissima. Significativamente, una volta calato il sipario, nonostante la stanchezza e l’ora tarda, nessuna fuga precipitosa dalle prime file verso guardaroba e parcheggio prima ancora della fine dei saluti, come spesso accade (a Genova come altrove).

Gran parte del merito va alla proposta drammaturgica di Laurence Dale, che ha puntato, come spesso, su una messinscena sobria e minimalista, ma anche meditativa. I movimenti appaiono volutamente rallentati, sospesi, come per non disturbare la musica che, in effetti, “fa il suo dovere”. La scena sfrutta il grande palcoscenico girevole del Carlo Felice, sormontato da una pedana ovale che crea, di volta in volta, diverse visioni geometriche: da una lunga linea diagonale inclinata da un capo all’altro della scena, a uno spazio circolare aperto, poi chiuso. Il tutto è sormontato da un ulteriore cerchio luminoso: scenografia efficace nella sua semplicità, che evoca altri grandi “cerchi” operistici con cui Tristan dialoga (il Ring e Pelléas, per esempio). Questa installazione permette inoltre allo spettatore di proiettarvi i grandi temi dell’opera: costrizione e libertà, finitudine ed eternità.

Scenografia geometrica, costumi anacronistici, pochi arredi, e rivestimento della scena affidato a proiezioni video e luci: si sarà capito, Laurence Dale sceglie l’astrazione e lascia alla musica il compito di agire senza sovraccaricare lo spettacolo, scelta del tutto opportuna. Si comincia tuttavia a stancarsi delle proiezioni video un po’ kitsch di cui il regista è affezionato, raffiguranti ora il mare, ora le nuvole: se nella sua Danae dello scorso anno potevano essere ricondotte a una riflessione consapevole sulle convenzioni teatrali, nell’essenzialità del suo Tristan non risultano altrettanto efficaci, così come le sagome d’alberi del secondo atto, che sembrano una ripetizione del Sogno di Britten del 2023, dove però erano sublimati da giochi di luce e da un’atmosfera fantasmagorica. Molto più belle ed efficaci le proiezioni astratte “alla Turner” del terzo atto, ipnotiche nelle loro variazioni continue e impercettibili, così come le ombre spettrali proiettate sul sipario durante il preludio, che tornano a perseguitare Tristan nel terzo atto.

Marjorie Owens, che avrebbe dovuto debuttare come Isolde, è stata purtroppo indisposta ed è stata sostituita da Soojin Moon-Sebastian, anch’ella al debutto nel ruolo. Il soprano tedesco vive il personaggio con passione e grande sensibilità; la voce è al tempo stesso drammatica e fresca, e la duttilità dell’artista le consente di imprimere a questa Isolde una notevole complessità, dall’estrema dolcezza alla risolutezza più feroce. Non delude nella Liebestod, toccante nel freddo contrasto in bianco e nero scelto per la trasfigurazione della scena finale.

Di fronte a lei, il tenore Tilmann Unger, avvezzo ai ruoli wagneriani, si colloca in un registro più sostenuto e convince meno pienamente. Un po’ rigido nella postura – ma forse è una scelta registica? – nei primi due atti, offre tuttavia una prova drammatica sconvolgente nel terzo. La voce, bella e scura, privilegia la finezza alla potenza, al punto che il volume appare talvolta un po’ limitato e la linea vocale fatica a emergere sopra l’orchestra nei fortissimi.

Nicolò Ceriani forma con lui un duo complementare, delineando un Kurwenal dal timbro caldo e vivo, con una presenza scenica molto naturale, punta di leggerezza benvenuta nel flusso wagneriano.

Il giovane basso Evgeny Stravinsky riesce a dare vita e sensibilità al re Marke, unendo potenza, misura e verità drammatica. Sembra l’incarnazione stessa di Richard Wagner quando domanda, tanto a Tristan quanto a sé stesso e a noi: « Den unerforschlich tief geheimnisvollen Grund, / Wer macht der Welt ihn kund?» («La ragione profonda, segreta e insondabile,/chi mai la svelerà al mondo?»)

Infine, Daniela Barcellona, che dallo scorso anno ha aggiunto il ruolo di Brangäne al proprio repertorio, ne offre una versione esplosiva e intensamente vissuta: la sicurezza e l’ampiezza del timbro consentono di creare un personaggio solido e vibrante, molto applaudito nei saluti.

L’orchestra del Carlo Felice è all’altezza e delizia le orecchie dei wagneriani. Rafforzata rispetto all’organico abituale, in particolare nei fiati, non si priva del piacere di “spaccare tutto” sotto la bacchetta di un habitué del teatro, Donato Renzetti. Imprime grande intensità alla partitura, pur costruendo solidi pilastri di tensione e conferendo chiarezza alle linee interne: riesce, con l’orchestra, a creare un flusso continuo, a mantenere l’arco complessivo, senza saturare lo spazio né appesantire eccessivamente sospensioni e articolazioni. Doppio applauso meritato per gli eroi della serata – clarinetto basso, oboe e corno inglese – che tengono la corda sensibile fino alla fine, nonostante l’esaurimento – voluttuoso! – di un Tristan und Isolde da cui si esce, come diceva Édith Piaf, «appagati, inebriati e felici».

Pour lire cet article dans sa version française, cliquez sur le drapeau !

Personaggi e interpreti:

Tristan : Tilmann Unger
König Marke : Evgeny Stavinsky
Isolde : Soojin Moon-Sebastian
Kurwenal : Nicolò Ceriani
Melot : Saverio Fiore
Brangäne : Daniela Barcellona
Ein Seemann / Ein Hirt : Andrea Schifaudo
Ein Steuermann : Matteo Peirone

Orchestra, Coro e Tecnici dell’Opera Carlo Felice Genova
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Maestro concertatore e direttore : Donato Renzetti
Regia : Laurence Dale
Scene e costumi : Gary McCann
Luci : John Bishop
Video design : Leandro Summo

Il programma

Tristan und Isolde

Azione in tre atti, Libretto e musica di Richard Wagner
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova, 13 febbraio 2026

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Tilmann UngerSoojin Moon-SebastianNicolò CerianiSaverio FioreDaniela BarcellonaDonato RenzettiLaurence DaleEvgeny Stavinsky
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Marie Gaboriaud

Marie Gaboriaud est enseignante-chercheuse en littérature française à l'Université de Gênes. Elle est spécialiste des liens entre musique et littérature, et des phénomènes de canonisation des figures de musiciens. Elle a notamment publié "Une vie de gloire et de souffrance. Le Mythe de Beethoven sous la Troisième République" (2017), qui a été finaliste du Prix France Musique des Muses en 2018.

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