Festival del Maggio Musicale Fiorentino: debutta Un ballo in maschera fra applausi per gli esecutori e qualche dissenso per la regia

Un ballo in maschera, Festival del Maggio Musicale Fiorentino, Martedì 12 maggio 2026

Nonostante le ombre della messinscena, sul versante musicale prevalgono le luci e vale comunque la pena di assistere a quest’opera che si avvale di un bel cast e di ottime masse artistiche dirette da una bacchetta interessante.

Firenze – Ha riempito la Sala Grande del Teatro del Maggio la prima rappresentazione di Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi, seconda delle tre opere in cartellone per l’88° Festival del Maggio Musicale Fiorentino. Fin dalle prime scene, il pubblico non lesina gli applausi a scena aperta, a cominciare da quelli giustamente tributati all’ottimo Renato di Bogdan Baciu fin dal cantabile Alla vita che t’arride; ci mette qualche minuto di più a conquistare gli ascoltatori, ma ci riesce, l’Amelia di Chiara Isotton, facendo apprezzare anche stavolta la bella voce corposa di soprano lirico spinto; applauditi anche Antonio Poli (un Riccardo poco aiutato dalle scelte di regia), Ksenia Dudnikova (un’Ulrica dalla voce molto estesa, anche se, forse incoraggiata dalla regia che la vuole en travesti, carica molto il registro basso) e Lavinia Bini (Oscar, che qui è donna); nell’insieme, un cast di alto livello, coi protagonisti che offrono alcuni momenti molto belli, come nel Terzetto “Tu qui? – Per salvarti da lor” (II atto, Riccardo, Renato, Amelia).

Emmanuel Tjeknavorian, Premio Abbiati 2025 come direttore dell’anno, è (sorprendentemente, visto che è giovane, ma non giovanissimo: 31 anni) alla sua prima direzione d’opera, ma, se non lo avessimo saputo prima dello spettacolo, non lo avremmo indovinato; c’è qualche sporadica imperfezione (che verrà probabilmente levigata nelle repliche), ma l’Orchestra del Maggio sotto la sua bacchetta rende un bel suono ed emergono bene le prime parti. Tjeknavorian è anche alla sua prima esperienza nella difficilissima fossa del Teatro del Maggio, il che è molto rischioso per i cantanti (molto grande, la fossa del Teatro del Maggio è un temibile amplificatore naturale e chi non la conosce spesso domina male i volumi, senza contare che, completamente scoperta, allontana molto il palcoscenico dagli spettatori), ma riesce a non coprirli mai.

Se il cast e il direttore hanno avuto un buon successo, svariate voci di dissenso si sono levate dalla sala alla comparsa sul palco, a fine recita, della regista Valentina Carrasco; un dissenso forse eccessivo, ma non del tutto immeritato. Non risulta difatti privo di senso l’accostamento a John Fitzgerald Kennedy del personaggio del protagonista, in origine re Gustavo III di Svezia, poi causa censura (dopo l’attentato di Felice Orsini a Napoleone III nel gennaio 1858) trasformato, dopo due metamorfosi intermedie che non soddisfecero Verdi, in Riccardo, conte di Warwich e governatore di Boston amatissimo dai sudditi. Indubbiamente anche Kennedy era un personaggio a suo tempo molto popolare fra gli americani; aspirante riformista, era circondato da nemici interni insospettati, tanto che l’attribuzione del suo omicidio al solo Lee Harvey Oswald, prontamente ucciso a sua volta due giorni dopo, è stata smentita nel 1979 dalla Commissione d’Inchiesta della Camera (che concluse che Kennedy fu probabilmente vittima di un complotto, ipotizzando il coinvolgimento di più esecutori materiali). Fin qui l’analogia indubbiamente c’è; un sito dedicato a Giuseppe Di Stefano riporta la notizia che il 23 novembre 1963 il grande tenore avrebbe dovuto cantare nel ruolo di Riccardo in Un ballo in maschera proprio a Dallas e che «la recita della Dallas Civic Opera fu cancellata a causa del tragico assassinio del Presidente John F. Kennedy avvenuto in città il giorno precedente»: una bizzarra coincidenza.

Però l’accostamento avrebbe dovuto essere accennato e lasciato sullo sfondo, senza pretendere di attribuire a Riccardo altre caratteristiche di Kennedy, come quella di intrattenere varie relazioni extraconiugali (quasi tutte emerse dopo la sua morte). Dichiaratamente Valentina Carrasco vede Riccardo come una sorta di Don Giovanni, attribuendo a smania di possesso l’insistenza nel farsi dichiarare da Amelia il suo amore, ma non c’è nulla nel libretto che giustifichi questa lettura; anzi, Riccardo (cui non viene peraltro assegnata alcuna consorte) non appare interessato alle donne che non siano Amelia, conscio fin dall’inizio di dover soffocare l’amore irrealizzabile per la moglie del suo migliore amico (che gli ha salvato la vita rischiando la sua). Cede alla tentazione di seguire Amelia al campo limitrofo al cimitero dove lei deve raccogliere l’erba per dimenticarlo solo perché, origliando la conversazione in cui la veggente e fattucchiera Ulrica le dà le istruzioni, scopre di essere riamato e in quel frangente si comporta da tenore, ovvero, segue l’istinto e non ragiona; ma non è un istinto da seduttore, è da innamorato romantico.

Il primo atto, dunque, scorre piuttosto bene, anche se infastidiscono un po’ la trasformazione di Oscar da paggio in giovane segretaria bionda che siede sulle ginocchia del datore di lavoro, lasciando intendere una relazione non casta, e le altre belle donne che si strofinano addosso al conte-presidente. Le forzature emergono soprattutto a partire dal secondo atto, quando la strega Ulrica è rappresentata nelle fattezze di Martin Luther King sul pulpito da pastore della Chiesa Battista (e da lì il religiosissimo predicatore della resistenza non-violenta dovrebbe invocare il “Re dell’abisso”?), mentre il solitario campo suburbano attiguo al cimitero diventa un sordido ma fin troppo frequentato quartiere di periferia con tanto di bordello e cabina telefonica, nella quale Riccardo palpeggia poco signorilmente Amelia. Il finale inclina al didascalico, con la figurante vestita da Jaqueline nel famoso tailleur rosa di Chanel (già apparsa e scomparsa all’inizio del primo atto) che alla battuta «Addio per sempre, o figli miei…» manda avanti i due bambini (ma naturalmente nel libretto i “figli” sono gli amati sudditi).

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Gli artisti

Riccardo: Antonio Poli
Renato: Bogdan Baciu
Amelia: Chiara Isotton
Ulrica: Ksenia Dudnikova
Oscar: Lavinia Bini
Silvano: Janusz Nosek
Samuel: Mattia Denti
Tom: Adriano Gramigni
Un giudice: Francesco Congiu
Un servo di Amelia: Roberto Miani

Maestro concertatore e direttore: Emmanuel Tjeknavorian
Maestro del Coro: Lorenzo Fratini
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Regia: Valentina Carrasco
Scene: Andrea Belli
Costumi: Silvia Aymonino
Luci: Marco Filibeck
Video: Max Volpini

il programma

Un ballo in maschera

Musica di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, ispirato al libretto di Eugène Scribe per Gustave III, ou Le Bal masqué di Daniel Auber (1833); prima esecuzione 17 febbraio 1859 al Teatro Apollo di Roma.
Festival del Maggio Musicale Fiorentino, Martedì 12 maggio 2026