Intervista a Massimo Pizzi Gasparon Contarini: « Lo stupore è fondamentale a teatro! »

Poco dopo le rappresentazioni di Manon Lescaut al Teatro Regio di Parma, abbiamo incontrato il regista Massimo Pizzi Gasparon. Con noi fa il punto sulla sua interpretazione del capolavoro di Puccini, spiegando anche cosa significhino per lui il teatro, l’opera e la regia.
Le rappresentazioni di Manon Lescaut al Teatro Regio di Parma
Ivonne BEGOTTI – Manon Lescaut ha riscosso un grande successo di pubblico in tutte le recite, anche tra gli under 30. In cosa consiste la sua modernità?
Massimo PIZZI GASAPRON – Distinguerei tra la modernità dell’opera e quella del mio spettacolo. Manon è una figura femminile atipica nel teatro pucciniano: mentre Mimì, Tosca, Liù sono donne dall’innocenza esasperata e disposte al sacrificio fino al masochismo, Manon è areligiosa e amorale e non compie alcuno sforzo per simularlo. Anche nelle situazioni più dure non prega né chiede aiuto a Dio. Del resto, il libretto è tratto dal romanzo di Antoine François Prévost, che è stato pubblicato nel 1731 e riflette l’ateismo tipico dell’Illuminismo. Manon è un personaggio moderno perché non s’appella a nulla di ultraterreno, ma si comporta come una bambina viziata che desidera soddisfare ogni suo capriccio. Anche la nostra epoca è caratterizzata da una scarsa religiosità, dal materialismo e dal bisogno ossessivo di consumare beni per lo più frivoli.
Nel mio spettacolo ho cercato di delineare tale personalità infantile e superficiale, costruendo un contesto adeguato, con costumi dai colori vivaci e con una spiccata luminosità nei primi due atti e un’atmosfera più cupa negli ultimi due. Ho raccontato la parabola esistenziale di Manon.
I.B. – Il Suo allestimento, infatti, è coloratissimo, con tinte pastello all’inizio, colori sgargianti nel palazzo di Geronte e un abito rosa shocking di Manon. Può illustrarci il significato che ha per Lei il colore?
M.P.G. – Per i colori ho attinto da fonti pittoriche. Generalmente, si ha un’idea del ’700 falsata da rappresentazioni ottocentesche, con vistose parrucche bianche, abiti di velluto… Invece, nei quadri di Tiepolo, per esempio, le parrucche sono piccole, oppure i capelli sono appena sbiancati, gli abiti sono in tessuti dalle tinte dei fiori, che permettono svariati abbinamenti di gialli, di arancio, di rosa… Il secondo atto è quello della leggerezza ed è caratterizzato dai rosa, dai fucsia, dai viola (ma non vi compaiono né il rosso nè il nero, che esulano dall’armonia cromatica, dalla palette).

Geronte è in verde, il musico in viola, le coriste e i ballerini sono in rosa. Manon è in azzurro nel primo atto (come anche Des Grieux), ma dal secondo atto in poi è tramutata in una bambola-giocattolo rosa (una Barbie ante litteram, una material girl) e tale rimane fino a quando muore, vittima della sua condotta spregiudicata.
I.B. – Come interagiscono le luci con tale raffinata gestione del colore
M.P.G. – È importante che le luci illuminino i colori senza cambiarli, che li mettano in risalto senza farli apparire diversi. E questo vale sia per i costumi, che per i fondali e il cielo… Le luci e i colori sono fondamentali per rendere uno spettacolo armonioso e bello da vedere. Ricordiamo che il termine spettacolo deriva dal latino “spectare”, che significa guardare con attenzione: il pubblico dev’essere attratto da ciò che appare in palcoscenico.
Regia ed esoterismo
I.B. – Nella presentazione introduttiva dell’opera, Lei ha accennato ad una lettura alchemica del libretto, ad una « concezione esoterica »: potrebbe illustrarla?
M.P.G. – Nell’Ottocento la Massoneria è molto diffusa e molti simboli massonici provengono dal laboratorio alchemico: il Sole e la Luna, (che rappresentano le polarità maschile/femminile, attivo/passivo), i quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco). Nel libretto di Manon Lescaut ogni atto si associa ad un elemento: il primo atto corrisponde al fuoco della passione e della giovinezza (nella piazza di Amiens); il secondo è il quadro dell’aria, della leggerezza e del superfluo (nel palazzo di Geronte); il terzo è quello dell’acqua (nel porto di Le Havre, di notte, tra tentativi di fuga e processi sommari); il quarto corrisponde alla terra (nel deserto, nell’aridità della morte senza alcuna possibilità di salvezza).
I.B. – L’opera che solitamente viene letta in chiave massonico-alchemica, come viaggio d’iniziazione, è Il flauto magico di Mozart. Oltre a Manon Lescaut, Lei ne ha individuate altre?
M.P.G. – Penso che si tratti di una simbologia e di un modo di rappresentare la realtà piuttosto diffuso, all’epoca. Come l’alchimista cerca la Pietra Filosofale per riuscire a trasformare il piombo (materia grezza) in oro, così il massone intende sgrossare la « pietra grezza » dell’uomo profano per farla diventare una « pietra levigata », ovvero un uomo virtuoso.

Qualche anno fa ho messo in scena un’Aida secondo la simbologia degli elementi: protagonista è Radames (non Aida); il primo atto è quello del fuoco (la prova del fuoco consiste nel giuramento di non tradire il proprio popolo); il secondo atto è quello dell’aria (il trionfo, il successo, che sono effimeri e ben presto volano via); il terzo è “l’atto del Nilo”, cioè dell’acqua (elemento connesso alla legge -qui, al giudizio dei Sacerdoti, con la condanna e la punizione del colpevole- e alla notte, governata dalla luna); il quarto è l’atto della terra (la tomba). Sul libretto è scritto che Aida muore tra le braccia di Radames, il quale ha compiuto il suo viaggio iniziatico e non viene specificato che muore.
I.B. – In generale, lo studio del libretto è importante per mettere in scena un’opera?
M.P.G. – Personalmente lo leggo e lo studio attentamente. Spesso si biasima il linguaggio del melodramma e i librettisti vengono sottovalutati. In realtà, la musica e le parole sono un tutt’uno. Il libretto va rispettato, amato e tenuto in considerazione nel mettere in scena l’opera. Quando sono presenti le didascalie, è giusto seguirle; diversamente, il regista deve completare le indicazioni verosimilmente. Le parole che gli interpreti cantano vanno sostenute con le azioni.
Regia e modernità
I.B. – Molto suggestivo ed efficace è l’uso del ledwall: potrebbe essere un accorgimento tecnico per coinvolgere maggiormente il pubblico abituato più agli schermi che ai palcoscenici?
M.P.G. – In passato non ho mai usato le proiezioni perché mi sono sempre sembrate povere teatralmente, troppo legate al realismo spicciolo. Al contrario, il ledwall ha una forza enorme e offre ricchissime possibilità. La luce viene da dietro, è davvero una sorgente e le immagini risultano particolarmente intense. Il ledwall rende spettacolari le scene. La definizione è molto incisiva, gli effetti di profondità e le prospettive sono notevoli. Può diventare pericoloso se usato male, se si scarica frettolosamente materiale dal web, ma io ho il mio team e creiamo insieme ciò che è funzionale per ogni opera.
I.B. – A proposito di team, come è stata la collaborazione con il direttore d’orchestra e i cantanti?
M.P.G. – Con il maestro Francesco Ivan Ciampa sono amico. Ci conosciamo da anni e abbiamo lavorato insieme più volte. Ci stimiamo e ci rispettiamo. Entrambi siamo scrupolosi nei rispettivi ambiti, convinti che il risultato complessivo sia più importante del successo personale di un singolo. Di conseguenza, abbiamo svolto un ottimo lavoro d’équipe, anche con il coro e i cantanti.
I.B. – Nei giorni scorsi, autorevoli personalità hanno difeso l’opera lirica dalle critiche di chi ha affermato pubblicamente che si tratta di un genere obsoleto. Lei cosa direbbe in proposito?
M.P.G. – Come tipo di spettacolo, l’opera ha dapprima recuperato la tragedia greca e, successivamente, ha posto le premesse per il musical, per il cinema e persino per le serie televisive. Se analizziamo le canzoni di musica leggera (o gli spettacoli televisivi che alternano canto, ballo e intrattenimento), vi ritroviamo lo schema strutturale del melodramma, seppure molto semplificato. Nell’Ottocento l’opera è diventata popolare, mentre oggi è seguita da un pubblico più ristretto perché è notevolmente cambiato il contesto complessivo di vita. Ai nostri giorni è il virtuale che va per la maggiore, ma il teatro e l’opera sono tuttora attuali e vitali.
I.B. – I.B. L’accelerazione dei ritmi di vita, con tempi frenetici ed incalzanti, ha inciso sul modo di allestire gli spettacoli?
M.P.G. – Nell’Ottocento il teatro era soprattutto un luogo di socializzazione: le persone vi trascorrevano pomeriggi e serate intere, più volte alla settimana. Oggi tutti hanno poco tempo a disposizione: uno spettacolo che duri tre o quattro ore è considerato lungo. Per rendere più scorrevole il ritmo narrativo di Manon Lescaut, i tre intervalli previsti sono stati ridotti a uno, i quattro atti sono stati accorpati a due a due e il sipario è rimasto aperto durante i cambi scena. Anche questi accorgimenti permettono di avvicinare il pubblico.
I repertori
I.B. – Nel 2023 il canto lirico italiano è stato riconosciuto dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità: allestire uno spettacolo in Italia o in qualsiasi altro paese al mondo è la stessa cosa?
M.P.G. – Storicamente, l’opera è nata in Italia, poi s’è trasformata, ma ha conservato una sua specificità. In paesi come l’Inghilterra, la Germania, l’America… nel Novecento si è sviluppato il “repertorio”: tuttora, gli allestimenti vengono riproposti più volte, per anni. Nei grandi teatri di Londra, Berlino, New York… si monta uno spettacolo per una sera, per tre o quattro mila spettatori e il giorno dopo si libera il palcoscenico per montare un altro spettacolo. E così per alcune settimane. In Italia, invece, si eseguono quattro o cinque recite di uno stesso titolo con produzioni nuove. Personalmente, preferisco questo modo di procedere, che permette di fare prove e progredire insieme ai cantanti e agli orchestrali.
I.B. – In Italia vengono per lo più rappresentate le opere note dei principali compositori, trascurando innumerevoli altri autori che, in vita, avevano raggiunto grande successo: Giovanni Pacini (autore di novanta opere), Saverio Mercadante (autore di sessanta)… Pensa che ci si renderà conto del dovere di salvaguardare l’enorme patrimonio ereditato, prima che si riduca in polvere?
M.P.G. – Mi pare giusto dedicare tempo anche a promuovere e, personalmente, ho allestito opere di compositori meno usuali: Nicola Vaccai, Tommaso Traetta, Nicola Porpora. Ritengo però che il talento sia incomprimibile e che certi capolavori si siano imposti e durino tuttora perché di per sé sono superiori, sono delle eccellenze, creazioni di musicisti geniali.
Progetti futuri
I.B. – Questa Manon è stata una coproduzione particolarmente riuscita
M.P.G. – Si tratta di una coproduzione internazionale, che ha debuttato a Festival Puccini nel 2025 e ha coinvolto altri quattro teatri (il Petruzzelli di Bari, il Regio di Parma, il Teatro Nazionale dell’Opera di Bucarest e quello croato di Fiume). Il consenso del pubblico e della critica è stato unanime, talora entusiasta. I costumi delle rappresentazioni parmensi sono però originali (creati dalla sartoria del Regio) e anche la statua del Ratto di Proserpina che è al centro della scena nella prima parte è stata ricreata appositamente per il palcoscenico locale.
I.B. – In futuro ci saranno altre rappresentazioni in nuovi teatri, oltre ai cinque iniziali?
M.P.G. – Sono in corso le trattative con due teatri per metterla in scena l’anno prossimo. Considerato che l’opera non è tra le più richieste, averla rappresentata tre o quattro volte in cinque teatri nell’arco di due anni è già un successo.
I.B. – Posso chiederLe quali sono i Suoi prossimi impegni?
M.P.G. – Sono tornato ieri da Siena, dove sono membro della Commissione di studio istituita proprio quest’anno per rinnovare i costumi del Palio, che sostituiranno quelli realizzati nel 2000. Inoltre sono membro della giuria del XXI Concorso lirico internazionale Giuseppe di Stefano, che assegna ai vincitori i ruoli de I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini, una nuova produzione che realizzeremo a Trapani quest’estate. Sempre per l’Ente Luglio Musicale Trapanese, allestirò anche L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti. Sono coinvolto in un progetto che coinvolge il Brasile e Genova, ovvero l’allestimento di Salvator Rosa, un’opera composta da Antônio Carlos Gomes su libretto di Antonio Ghislanzoni. Nell’autunno sarò a Parma per la XXVI edizione di Festival Verdi (1-25 ottobre) e aiuterò il Maestro nel nuovo allestimento di Nabucco.
I.B. – “Il Maestro” per eccellenza: il grandissimo “inventore di teatro” Pier Luigi Pizzi…
M.P.G. – È l’unico che chiamo “Maestro”. Lavoriamo insieme da anni. Condividiamo la visione complessiva del teatro, oltre che l’amore per l’opera.
I.B. – Cos’è, per Lei, il teatro?
M.P.G. – Il teatro è artificio, è metafora della vita, è la rappresentazione di ciò che va al di là della realtà. Il palcoscenico è il sublime: allude alla quotidianità, ma va oltre. Fare teatro significa dare l’idea di un mondo verosimile, ma irreale, che s’avvicina al sogno. Io sono un appassionato del teatro barocco e condivido le parole di Giambattista Marino: « È del poeta il fin la meraviglia ». Lo stupore è fondamentale a teatro. Il pubblico deve essere travolto da ciò che vede, perdendo il confine tra realtà e finzione.
I.B. – Oltre all’esperienza sul campo, c’è un testo che ritiene fondamentale per la Sua formazione?
M.P.G. – La Poetica di Aristotele. L’ho letta, riletta e studiata. La considero il miglior manuale per sceneggiatori (di teatro e di cinema), perché spiega perfettamente come funzionano le storie e come devono essere strutturate per ottenere una forte presa sul pubblico.
I.B. – C’è un’opera che desidererebbe allestire, ma non le è stata mai proposta?
M.P.G. Non c’è un titolo in particolare. In generale, trovo più stimolante il repertorio drammatico che quello buffo. Ho allestito tante opere, di vari autori: ritengo essenziale il mio approccio all’opera più che il titolo in sé. Se penso ora a un possibile lavoro futuro, direi Semiramide di Rossini, oppure Saffo di Pacini (un’opera interessante, che vidi a Reggio Emilia nel lontano 1997).
I.B. – Al di fuori del lavoro, coltiva qualche passione?
M.P.G. Ho una vita intensa, con ritmi piuttosto serrati, ma amo ritagliarmi momenti di pausa. L’arte è una mia passione. Colleziono sculture dell’Ottocento e quadri, soprattutto del Seicento: le considero manifestazioni diverse dello stesso genio.
Reggio Emilia, 2 aprile 2026.

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